La siesta del gatto.

Si sente densa nell’aria quel polveroso profumo di polline.
Dalle persiane posate salde al marmo filtrava un po’ di luce, quella che mi bastava per scorgere senza problemi i mobili che si innalzavano dal pavimento. Era un mondo tagliato a metà, dalle mie palpebre mezze chiuse dal sonno ancora vivo in me. Fuori il brusio della vita che riprendeva a scorrere mi infastidiva gli orecchi, mi inorridiva l’idea che oltre questo mondo tranquillo, silente, quasi morto, si ergeva un sole da spaccare le pietre, un vento che ti soffoca il volto, un lato oscuro di foresta a cui ritornare.
Mentre pensavo a ciò, già i miei muscoli tesi si distendevano in un ampio sbadiglio, e l’aria che dapprima mi circondava veniva iniettata direttamente in vena attraverso le mie narici umidicce. Le mie orecchie captavano anche il brusio più leggero. Eccola lì una mosca che si posava stanca su un bicchiere rotto, un ragno che tesseva con cura le sue tele agli angoli della stanza, e ancora, un granulo di polvere troppo grosso mi sfiorava il naso…
Etciù!
Quel così vivido colpo di vita mi risvegliò del tutto dal torpore lasciato dal sonno. Drizzai dapprima la coda, poi la lasciai volteggiare sinuosamente tra le assi scomposte del pavimento. Mi piaceva la sensazione di quella stretta. Feci così pochi passi per arrivare al cibo…
Croccantini, un po’ di pesce, acqua… in queste stanze buie avevano perso forma e colore, camminavo ad occhi chiusi. Sapevo cosa era lì da anni, sapevo cosa c’era prima e cosa ci sarebbe stato dopo. Ormai il mio padrone sa quanto io adori queste stanze vecchie… Cosa poteva farci? Paulette qui stringeva le sue bambole, disegnava, dipingeva sporcandomi il manto nero come la notte coi colori dell’arcobaleno…

“Il mio Nero è molto più colorato dei vostri colori.”

…Poi adoravo il modo in cui, ridendo, mi stordiva le orecchie, me le carezzava, le mordeva, quasi come fosse una cuccioletta in vena di giochi. E io, sempre suo mansueto animaletto domestico. Adoravo il suo modo di infastidirmi, di tirarmi la coda, di stringermi il collo col fiocco rosso, oppure il tono di voce che usava per chiamarmi quando il fratello maggiore voleva coccolarmi e non voleva che mi toccasse in alcun modo.
“Dammi Sal’! Il mio Salem!”
Io sono il suo Salem.

Il vento dolcemente gioca con la polvere, il suono del pianoforte è ben distinto nell’aria. Rintocca, piange, ride, facendo tremare le assi marce del pavimento. Io mi poggiavo sempre sulle gambe di Nicole mentre lo suonava. Adoravo ammirare le sue mani volteggiare su quei tasti bianchi e neri con la stessa facilità con cui le farfalle volano delicate da un fiore all’altro…
Gli accordi, con la sua bravura, insieme alle note cantate, rasentavano la perfezione.
Ho sempre pensato che il pianoforte abbia l’effetto benefico di farti dimenticare del mondo esterno, perché c’è da dire che io lo trovo un mondo a parte. Un mondo meraviglioso, un mondo silente che ha troppo da dire. Parla se interpellato, ruggisce se viene colpito con forza, e piange sotto le carezze più sottili. È una bestia feroce da addomesticare, è la panacea che tutto cura e tutto può. È una notte senza stelle, un ritaglio di ombra in mezzo ad un mondo di troppe luci, un teatro rovesciato per gli spettatori più esigenti. Non so voialtri, ma io vicino ad un pianoforte, mando via anche la mia morte, la nostra morte, che per quanto vogliamo scacciare, c’accompagna sempre. Ma non su quel sedile nero, non su quella scacchiera irregolare. Quella è una partita da giocare a due: Io e La Maestosità della Musica.

In strada scoppiano le risa dei bambini giocondi, le massaie dall’alto delle loro finestre stendono bianchi panni, e li asciugano urlando chiacchiere e pettegolezzi inutili per la gioia di quelle stradine così riempite di nuova vita. Quel grigiore squallido che si impadroniva delle pietre veniva attenuato da tutto quel fervore, da tutto quel da farsi, da tutto quel da chiedersi… Il tappeto di fondo per quella melodia così allegra veniva reso dal cicalare delle genti, dal cinguettare delle bimbette, dall’abbaiare dei cani di fronte ai macelli di carne sparsi per le bancarelle, e la voce di flauto di qualche bambino che piangeva con foga unica. Io lì ammiravo tutti dalla mia finestrella, sapete? Li ammiravo come si fa con un bel quadro, qualcosa di cui impadronirsi in modo superficiale, che ti verrebbe quasi la voglia di saltarci dentro.
Ne avevo la possibilità, ma la voglia, quella, scarseggiava. Ero teso tra l’idea di affogare in quel mare di luce, colori e suoni e la vaga idea di un pacato silenzio steso all’ombra di un passato assai lontano e rarefatto. Erano le emozioni che mi suscitava quell’amore legato a quegli oggetti, a quei monumenti eretti ai ricordi, che mi legavano ad un luogo così dolcemente malsano.
Un giorno scenderò in strada, andrò via per qualche attimo da questo presente così passato cercando un futuro da riscrivere un’altra volta…

La luce mostrava la sua vera forma sotto il lenzuolo sottile di polvere. Sembrava quasi come una scalinata luminosa, un grido taciuto, che non si sente ma si vede scritto in volto, sotto la pelle contorta in una strana smorfia di dolore. Cos’è il dolore? Spesso me lo chiedo, ma con la paura di conoscere la risposta, taccio e vado avanti…


Poi tutto silenzio. Le mie orecchie si agitavano in tutte le direzioni cercando quel chiasso che dapprima le colmava fino a straripare. Forse mi ero ritagliato un angolo di mondo troppo grosso, giocando con qualcosa che era di parecchio più grande di me. Attesi un attimo del genere per troppo tempo, lo avevo acciuffato e fatto mio. Mi voltai verso la fonte di quel silenzio, oltre qualsiasi oggetto solido, dietro ogni convinzione immorale e stanca, oltre la fine d’ogni inizio.
Con un occhio sbirciai fuori. Era già notte?
Oramai lo scorrere del tempo qui dentro sembra uno scherzo… chissà… delle volte credo di vivere in un assurdo sogno, un vagabondaggio senza limiti attraverso lo spazio e il tempo.
Ed io, in quell’infinito cielo, una macchia nera, un filo d’argento posato da qualche lato non illuminato di mondo, una fredda lama tagliente, calda e seducente, un arricchito passaggio di colore, eccessivo, un attimo d’aggraziata armonia poggiata su una otre d’argento.
Io, un gatto che dorme.